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Storia di un amore col Mal di Testa

“Dall’altra parte del dolore…..”

Da qualche minuto ho calibrato il mio respiro sul tuo: tiro dentro aria quando lo fai tu, così capirò se adesso sei sola.

Gonfia il torace, sgonfia il torace… Gonfia il torace, sgonfia il torace… La cadenza è regolare e nella poca luce che c’è nella stanza scorgo i lineamenti del tuo viso: sembri rilassata, adesso. Il dolore, la bestia come la chiami tu e come ho imparato a chiamarla anch’io, finalmente ti ha lasciata da sola, sfinita, ma sola. L’ho vista allontanarsi proprio quando il tuo viso ha cominciato a distendersi, allontanarsi come un onda di terremoto che dopo aver devastato si allontana nella scia del suo rumore come tuono in lontananza.

          Esco dalla stanza dopo averti guardato un ultima volta: “dormi”, penso mentre lentamente chiudo la porta. In sala la luce è violenta, da quasi fastidio dopo le due ore passate nella penombra della nostra camera, convinti che il buio attenui il dolore… o che la bestia al buio faccia più fatica a vedere… a vederti…

          Mi siedo al tavolo e mi rendo conto di essere a pezzi, ma nell’istante che il pensiero si materializza mi sento ridicolo: “a pezzi io?” mi dico, “ e lei allora?”. È vero, è ridicolo, ma è altrettanto vero che anch’io sono sfinito…

          Alla mia destra c’è il tuo quaderno blu, quello con gli anelli dove da anni raccogli i fogli del tuo diario, dove da anni documenti la tua personale battaglia con quel mostro che ti prende da dentro, ma che ti schiaccia dall’esterno… La tua personale battaglia, ma che adesso è anche un po’ la mia, perché ormai da dieci anni ti sono al fianco mentre combatti. È inevitabile, a questo punto, andare indietro con la mente e ripensare a quelle prime volte che ti ho visto annientata dal male, che ti ho visto cambiare i lineamenti deformati da quegli spasmi che toglievano il respiro e ti facevano urlare senza emettere alcun suono. Ricordo che ti parlavo, che ti davo consigli su come affrontare quello che tu conoscevi fin troppo bene, ma che per me era una novità… ti parlavo senza capire che ogni mio suono era come un colpo di martello dentro il tuo cervello. E l’istinto, sicuramente paterno, di avvicinarmi e di accarezzarti, con l’idea di farti sentire la mia vicinanza, con l’idea che il contatto fosse il toccasana migliore, con la convinzione che una mano che accarezza tenga lontano ogni dolore… ma senza comprendere che ogni più piccola cosa che turbava il tuo precario equilibrio faceva risvegliare la bestia con una forza inaudita. Quanti errori si fanno per il desiderio di amare, di portare amore, di dare conforto e consolazione, per cercare di alleviare un dolore che per noi che ne siamo all’esterno è impossibile comprendere. Col tempo ho imparato che restare in silenzio è importante tanto quanto una voce che canta una ninna nanna; ho imparato che restare accanto con la sola presenza è forte quanto una mano che accarezza; ho imparato che il suono di un respiro può dire più parole della voce, ho imparato che il calore di un corpo vicino può avvolgere come e più di un abbraccio.

          Apro il tuo diario e guardo la serie di numeri e di lettere che indicano l’inizio, l’intensità, la durata dell’attacco; le sigle che indicano i farmaci, gli asterischi e i pallini che solo tu sai cosa vogliono dire e mi domando se in quella serie di segni ci sia anche la sigla che indica la presenza di una persona cara al fianco, di una presenza discreta, ma forte al punto giusto…

          Un fruscio mi fa girare sulla mia sinistra: sei in piedi, sei uscita dalla camera e stai tentando di riprenderti la tua vita. Ti guardo e sei sfatta: ancora pallida, con i capelli arruffati, ma mi sorridi; lievemente, corrugando appena un pochino le labbra, ma mi sorridi; con lo sguardo che mi dice “questa volta è stato proprio forte”, ma mi sorridi.

 

          No, non serve una sigla sul diario per dire che la presenza di una persona cara, a volte, ha quasi l’effetto di un farmaco.


Published on Wednesday, January 11, 2017 12:36 PM

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